Ad oggi la pratica medica, in caso di grave sintomatologia gastrointestinale, si basa sull’isolamento dei patogeni maggiori (come nel caso della Salmonella typhi) per intervenire poi con terapia antibiotica. Tale approccio è totalmente ignorato se ci si riferisce alla presenza dei sierotipi minori dei patogeni maggiori (es. Salmonella paratyphi), batteri responsabili della stragrande maggioranza dei sintomi riferibili, ad esempio, alla cosiddetta IBS (sindrome del colon irritabile), attualmente assai diffusa in tutto il mondo (Fig.1).

                                                                                                            Stanghellini,  Scand J Gastroent  1999.

(Fig.1: già in uno studio del 1999 appariva chiaro come l’incidenza della IBS riguardasse un numero elevatissimo di soggetti in tutto il mondo, svetta in questo senso il primato italiano).

In sintesi, si dovrebbe rivolgere l’attenzione verso tutti quei batteri che non vengono comunemente investigati in laboratorio, ne sono di comune interesse clinico, ma che risultano fondamentali nel determinare non soltanto il grado di performance funzionale dell’intestino, ma più in generale lo stato di benessere e salute dell’intero organismo. Questo si verifica non soltanto nell’affrontare la fase acuta ma anche e soprattutto nella prevenzione sul lungo periodo anche di patologie estremamente serie.

Quindi, se si riscontra -attraverso una mappatura microbica eseguita su un campione fecale tramite un laboratorio altamente qualificato- una condizione di disbiosi intestinale (alterato equilibrio nella composizione dell’insieme dei batteri che compongono il nostro microbiota intestinale) caratterizzata dal proliferare di batteri che non sono in grado di manifestare una sintomatologia eclatante e pericolosa come nel caso della S.typhi, piuttosto sono capaci di favorire l’insorgenza di disturbi di carattere cronico (mal di testa, stipsi, gonfiore addominale, ciclo irregolare, sindrome dell’ovaio policistico, sindrome dell’intestino permeabile, autoimmunità, etc.) spesso accompagnati da intolleranze alimentari.

Ovviamente saremmo tentati di ricorrere immediatamente agli antibiotici.

Tuttavia dovremmo costantemente ricordarci come tali farmaci, che salvano milioni di vite nel mondo, andrebbero sempre usati con cautela dal momento che, oltre che scompaginare il delicato equilibrio microbico intestinale, rendono possibile l’insorgenza di antibiotico-resistenza, tanto che persino l’OMS ha più volte lanciato allarmi in questo senso.

Allora che fare?

Cosa potrebbe esserci d’aiuto, viene da domandarsi, dal momento che, come ho appena spiegato, si dovrebbero considerate attentamente le conseguenze che una terapia antibiotica (soprattutto se ripetuta) avrebbe sul delicato equilibrio della flora intestinale nel lungo periodo e, viene da se, sullo stato di salute in generale.

In tutti questi casi risulta estremamente efficace l’uso di Oli Essenziali (O.E.) a seguito di aromatogramma su fase solida eseguito su campioni biologici (in questo caso fecali).

Gli O.E. sono generalmente molto ben tollerati e risultano decisivi nell’eliminazione del patogeno e nel ristabilire una corretta eubiosi intestinale anche attraverso una modulazione del terreno dell’ospite.

Va sottolineato come l’uso degli O.E. nella pratica medica risale ad epoche lontanissime dalla nostra dal momento che si trovano notizie del loro impiego già nel 4500 a.C.; volendo poi citarne qualcuno in particolare, va ricordato come l’olio di cedro fosse in uso già dagli Egizi nel complesso processo di imbalsamazione già cinquemila anni fa. La lavanda veniva usata dalla badessa Ildegarda di Bingen nel XII sec., mentre nel XV secolo si suppone fossero conosciuti ed impiegati gli oli essenziali di trementina, cannella, incenso, ginepro, rosa, salvia.

All’inizio del XVII secolo erano già noti ed in uso, sia nel campo della profumeria che in quello medico, circa sessanta oli essenziali, ma è solo verso la fine del XIX secolo che viene realizzata la prima ricerca per verificare la reale attività degli oli essenziali: fu condotta nel 1887 da Chamberland per essere poi seguita del lavoro di Cavel del XX sec. relativo agli effetti di 35 oli essenziali su colture microbiche di liquami. Interessante notare che al termine dello studio risultò che l’olio più efficace per inattivare 1000 ml di coltura era quello di timo, seguito da quello di arancio dolce e da quello di menta piperita.

Il chimico lionese Gattefossé nel 1937 pubblicò un libro dal titolo “Aromatherapie, che nasceva con l’intento di approfondire la materia rispolverando studi addirittura antecedenti al 1600. Da questo momento in poi si è sempre usato questo appellativo per indicare l’uso degli oli essenziali in medicina; si tratta in definitiva di un testo fondamentale che segnerà l’espandersi di un interesse sempre più vasto che si manifesterà a partire dal 1944-45, quando il loro impiego comincerà ad essere valutato anche in campi sino ad allora mai sperimentati.

Attualmente è stato dimostrato come numerosi oli essenziali posseggano un’attività superiore a quella del fenolo; alcuni hanno dimostrato importante attività rispetto diversi batteri: il limone, conosciuto per le sue qualità antisettiche e battericide.

Nel momento stesso in cui si è cominciato ad associare lo studio degli oli alla batteriologia, ci si è avviati lungo una strada estremamente affascinante quanto complessa, il cui punto d’arrivo è la comprensione dell’equilibrio dell’ecologia intestinale e dei rapporti tra i diversi tipi di flora che convivono dentro di noi in modo più o meno impercettibile.

Attualmente le proprietà degli oli essenziali sono oggetto di studio in tutto il mondo; in particolare va citato l’importante lavoro svolto in Scozia, già dai primi anni ottanta del secolo scorso, presso lo Scottish Agricultural College di Auchincruive, nel tentativo di stabilire con estrema precisione le proprietà antibatteriche e antimicotiche degli oli essenziali e dei loro costituenti.

 

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