Tutti gli studi recenti concordano sulla necessità di guardare all’intestino come ad una struttura complessa e interconnessa con numerosi sistemi a cominciare da quello nervoso in cui lo scambio di informazioni e di reciproche influenze è tanto forte da aver sostenuto la necessità di individuare un nuovo asse: l’asse intestino-cervello – GBA – (Gherson M.D, 1998; Hong‐Xing Wang, Yu‐Ping Wang, 2016). All’interno di questa visione emergente, occupa un ruolo di primissimo piano il microbiota, tanto che la vecchia descrizione dell’intestino come di un “tubo vuoto” appare oggi irreale alla luce dell’impressionante quantità di batteri che si raccolgono nel lume intestinale: 100.000 miliardi di microrganismi appartenenti a circa 400 specie diverse (Koboziev I. et al., 2014; Eckburg P.B. et al., 2005) che letteralmente lo affollano con 9 milioni di geni (Li, J. et al., 2014), la cui collaborazione ci è indispensabile per mantenerci in salute, sicché si è fatta largo la concezione di microbiota inteso come virtual organ (Evans J.M. et al., 2013) o anche organo dimenticato (O’Hara A.M., Shanahan F., 2006). Si tratta di un aspetto interessante della microbiologia intestinale che ha messo, ancora una volta, in difficoltà i ricercatori dal momento che la definizione classica di organo prevede che si tratti di un’unità funzionale completamente differenziata, e il microbiota non rientra in questa classificazione, pur essendo coinvolto in differenti funzioni metaboliche.
La composizione del microbiota è fortemente influenzata da una molteplicità di fattori, tra i quali l’apporto di fibre con la dieta, elemento che è andato modificandosi con gli anni quando ha cominciato a diffondersi la cosiddetta dieta occidentale, ha conosciuto una drastica riduzione a favore dei carboidrati raffinati (King DE, Mainous AG, Lambourne CA., 2012), contemporaneamente sono aumentate le patologie croniche su base infiammatoria in generale (Bach J-F. 2002; Eder W, Ege MJ, von Mutius E. 2006). Imponente, in questo senso, è la quantità di lavori che mettono in relazione l’alterazione del microbiota e patologie infiammatorie quali il diabete e il cancro al colon-retto (Jurjus A. et al., 2016), la sindrome dell’intestino irritatabile – IBS – (Balsari et al., 1982) e la sindrome dell’intestino infiammato – IBD – (Rapozo et al., 2017), nel morbo di Crohn –CD- (Manichanh C, Rigottier-Gois L, Bonnaud E, et al., 2006), nella leaky gut syndrome (Jerrold R. Turner, 2009) a sua volta legata all’asma (Benard A. et al., 1996; Hijazi Z. et al., 2004), piuttosto che nella sindrome dell’ovaio policistico (Lindheim L. et al., 2017) e nella fibromialgia (Othman M., Aguero R., Lin H.C.., 2008), oltre che l’autismo (Song Y. Et al., 2004; Mayer E.A. et al., 2014); non bisogna dimenticare come rivestano, in questo senso, un ruolo di primo piano anche l’alimentazione (Lawrence A. David, Corinne F. Maurice et al., 2014) oltre che l’uso/abuso di farmaci (Charlie G. Buffie et al., 2011) e lo stile di vita. C’è però un altro fattore in grado di influenzare profondamente la composizione del microbiota: lo stress (Bharwani A. et al., 2017) e il suo riverbero sul Sistema Nervoso Autonomo (SNA).
Voglio insistere sulla componente alimentare: una dieta ricca di proteine, e povera di fibre, è in grado di determinare la formazione di prodotti altamente tossici con caratteristiche decisamente pro-infiammatorie. Già agli inizi del ‘900 il grande immunologo e premio Nobel russo Metchnikoff postulava come le malattie e l’invecchiamento biologico stesso, fossero generate dalla putrefazione delle proteine nell’intestino e di come l’assunzione di probiotici fosse raccomandata per favorirne la detossificazione e sostenere una corretta composizione batterica (Metchnikoff E., 1907; Tannock G.W., 1997). Si tratta della teoria tossicologica dell’intestino che presto si trasformò nel termine disbiosi coniato proprio dallo stesso Metchnikoff (Murray M., Pizzorno J., 1998) per descrivere un’alterazione batterica patogenica nell’intestino; mentre altri in seguito si riferirono alla disbiosi per indicare: “…qualitative and quantitative changes in the intestinal flora, their metabolic activity and their local distribution.” (Holzapfel W.H. et al., 1998). A questo punto la disbiosi va considerata come uno stato in cui il microbiota produce effetti pericolosi e dannosi attraverso:
– Alterazioni qualitative e quantitative della flora stessa;
– Cambiamenti nell’attività metabolica dei batteri intestinali;
– Variazioni della loro distribuzione locale.

A partire da questi presupposti, è la proliferazione di batteri potenzialmente patogenici nell’intestino lacausa del rilascio di numerosi prodotti tossici: la mucosa è infatti continuamente esposta a prodotti batterici – endotossine (van Deventer S.J., 1988); solfuro d’idrogeno (Cummings J.H., 1997); fenoli, ammoniaca e indoli (Macfarlane S., 1995) – che possono produrre effetti dannosi tanto sulla mucosa stessa, quanto sulla nostra salute (Macfarlane S., 1995)., che finiscono per giocare un ruolo di primissimo piano in numerose patologie croniche e degenerative. La disbiosi, insomma, apre le porte a possibili interventi di grande prospettiva in numerose patologie croniche degenerative su base infiammatoria. 
Mi sono già soffermato su come il microbiota sia attualmente considerato un vero e proprio organo, sebbene non aderente alla definizione canonica sino ad oggi utilizzata, tuttavia voglio sottolineare come si tratta in realtà di un organo delle dimensioni del fegato dal peso di 1-1,5 kg (Macfarlane G.T., Macfarlane S., 1997), un organo che solo da poco ha acquisito tutta l’attenzione e la dignità che merita.

 

 

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