La depressione è una patologia estremamente seria e ampiamente diffusa nelle moderne società occidentali. Mi riferisco a quelle strutture economico-sociali che, malgrado controllino la maggior parte della ricchezza prodotta su scala planetaria, non sono ancora evidentemente in grado di acquistare la felicità, almeno secondo i dati dell’European College of Neuropsychopharmacology (ECNP) -già presentati in un articolo apparso sulla Stampa nel 2015 e che solo recentemente mi è ricapitato tra le mani fornendomi lo spunto per queste riflessioni- attraverso i quali si stima che nel 2020 la depressione sarà la maggior causa di disabilità dopo le malattie cardiovascolari.

Nell’articolo sopracitato veniva sottolineato come per quanto riguarda il nostro paese, secondo il rapporto OsMed (uso dei farmaci in Italia) del 2013 presentato dall’AIFA, si tratta di una patologia che affligge il 12,5% della popolazione, e che solo 1/3 di essa tenti in qualche modo di porvi rimedio. Il numero diventa ancora più imponente se pensiamo anche ai famigliari dei pazienti che, in modo indiretto, vengono comunque coinvolti.

Il costo sanitario e sociale a livello europeo è enorme: 4 miliardi di euro l’anno in termini di ore lavorative, 92 miliardi come costo economico complessivo.

I sintomi sono caratteristici: paziente depresso tende a perdere la capacità di svolgere le proprie normali incombenze di tutti i giorni, a momenti di forte ansia fanno seguito periodo di grande sconforto, si presenta spesso trascurato, malnutrito, tende a trascorrere molto tempo in casa senza frequentare parenti o amici, spesso si tratta di persone che hanno subito un trauma profondo, un lutto, la perdita di un figlio o di una persona cara. Insomma il depresso finisce per soffrire due volte e di ritrovarsi nella “buia notte dell’anima”, un baratro dal quale è difficile uscire.

I farmaci comunemente utilizzati nella cura della depressione sono molecole in grado di consentire alla serotonina (il neurotrasmettitore più importante in questo campo, e coinvolto assieme alla melatonina nel determinare il ciclo sonno/veglia) di restare legata al suo recettore, localizzato nel cervello, più a lungo rispetto ai tempi fisiologici. Il focus della terapia è indirizzato verso quella che è considerata la sede più importante, cioè il Sistema Nervoso Centrale (SNC), rispetto alla quale la serotonina è chiamata a svolgere il suo ruolo biochimico.

Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio in questi termini?

Esistono altre strade da percorrere che comunemente vengono trascurate?

Per rispondere a queste domande è necessario porre l’accento sulla parte che l’intestino svolge nel metabolismo della serotonina, sulla quale così tanti lavori sono stati pubblicati in questi anni dalle più autorevoli riviste in tutto il mondo, studi nati dalle pionieristiche intuizioni prima, dimostrazione poi, di M. Gershon (aut. de: “Il Secondo Cervello”).

Soltanto il 2%, infatti, della serotonina complessiva è prodotta nel cervello, la quota restante viene elaborata e stoccata da parte delle cellule enterocromaffini, localizzate nella parete intestinale e messe a disposizione dei più di 100milioni di neuroni che compongono il sistema nervoso enterico. Si tratta di una rete neurale decisamente ridotta rispetto a quella riscontrabile nel cervello (pari a circa 100miliardi di neuroni) ma altrettanto attiva e soprattutto in gran parte autonoma rispetto al SNC stesso, dal momento che solo in piccola parte, infatti, sono stati evidenziati collegamenti anatomici tra le sue strutture nervose.

È interessante notare come un gran numero di pubblicazioni abbiano dimostrato la correlazione tra disbiosi intestinale e depressione, piuttosto che dieta e depressione, così come sono già noti e ormai agli atti i legami tra dieta e disbiosi, stress e disbiosi/capacità digestiva; si tratta in ogni caso di elementi che influenzano e sono a loro volta influenzati dalla composizione e attività dei batteri intestinali.

Insomma è nella composizione del microbiota (l’insieme dei batteri che popolano l’intestino di ognuno di noi, altamente variabile in funzione di età, sesso, uso di farmaci, stile di vita, stress fisico ed emozionale) e nella sua capacità di influenzare i livelli di serotonina prodotti proprio l’intestino, l’aspetto nevralgico che dovremmo approfondire nel soggetto depresso o con un alterato tono dell’umore.

Un’approfondita analisi delle feci per determinare il tipo di microbioma che si è selezionato nel tempo, il dosaggio dei livelli di serotonina nel siero oltre che ad una specifica analisi delle urine per quantificare la presenza di eventuali metaboliti del triptofano (il precursore sia della serotonina che della melatonina, quali: indolo, scatolo, putrescina, cadaverina), può fornire un quadro talmente delineato nei suoi passaggi fondamentali da consentire un intervento mirato, di grande sostegno all’azione farmacologica degli antidepressivi e di grande beneficio per la persona.

Insomma ancora una volta è l’intestino la chiave di volta per affrontare una patologia di tale impatto sulla nostra società.

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