L’epilessia rappresenta, con il mal di testa, una patologia che interessa l’1% della popolazione; la sua origine non è chiara malgrado sia stata provata una correlazione di tipo genetico (M. J. Kjeldsen et al., 2003; L. Vadlamudi et al., 2004; L. A. Corey et al., 2011) oltre che ambientale (A. K. Ngugi et al., 2011) visto che oltre l’85% degli epilettici vive in condizioni di povertà.
Perché curare l’epilessia? In fondo i pazienti, tra una crisi e l’altra, sono perfettamente in grado di svolgere le loro attività e anche dopo un attacco grave basterebbe un giorno di riposo a casa per poi tornare al lavoro il giorno dopo (H. Kalant, W. Roschlau, 1996). Tuttavia si tratta di una patologia che mostra importanti conseguenze sia dal punto di vista psicologico che sociale per chi ne soffre, disturbo spesso accompagnato da disordini dell’umore: tra il 30 e il 70% (Prueter C, Norra C, 2005) di chi soffre di epilessia, infatti, mostra anche una sintomatologia riferibile alla depressione, sintomatologia che si dimostra ancora più frequente in chi è sottoposto a terapia farmacologica (barbiturici, fenitoina, vigabatrina). E’ interessante notare come molti farmaci antidepressivi siano in grado di sviluppare anche effetti antiepilettici soprattutto se assunti a basso dosaggio, tuttavia i meccanismi che stanno alla base di tali effetti sono tuttora sconosciuti.
Il quadro risulta ancora più complicato dal fatto che tra gli antidepressivi più usati vi sono gli inibitori della ricaptazione della serotonina (vedi articolo su disbiosi e depressione): questi ultimi possono causare un aumento dei livelli di antiepilettici nel plasma; d’altro canto diversi famaci antiepilettici (fenobarbital, fenitoina, carbamazepina) stimolano la degradazione di un’altra classe di antidepressivi (triciclici), mentre proprio questi ultimi mostrano effetti inibitori sull’eliminazione degli antiepilettici. Insomma la cura dell’epilessia non è semplice.
Due aspetti hanno recentemente attirato l’attenzione della ricerca: l’alimentazione e il microbiota.
Nel primo caso si tratta di un aspetto la cui importanza era già stata sottolineata con un rapporto medico datato 1921 (Bottaccioli F., 2005) e da allora sino al 1938 era l’unico strumento utilizzabile in terapia per controllarne gli attacchi; con l’ingresso della Fenitoina (primo farmaco antiepilettico) nella terapia dell’epilessia, la strategia nutrizionale basata su uno scarso apporto di carboidrati e un netto incremento del consumo di grassi venne colpevolmente abbandonata. Solo nei primi anni ’90 grazie al caso di un giovane paziente americano (non trattabile ne farmacologicamente ne con la chirurgia) che guarì adottando una dieta speciale, venne di nuovo posto l’accento sulla funzione centrale della nutrizione relativamente all’epilessia. Si trattò di una notizia che fece tanto scalpore da riportare prepotentemente l’attenzione della medicina sull’impatto che la nutrizione ha su questa patologia, tanto che attualmente la J.Hopkins University di Baltimora tratta con questo approccio ogni anno centinaia di pazienti con risultati strabilianti.
Su quale principio si basa la strategia nutrizionale in questo caso? Sappiamo come il cervello sia un organo che si nutre incessantemente di zucchero ed ossigeno: 150 gr di glucosio al giorno e oltre il 20% dell’ossigeno circolante. Il glucosio viene convogliato in un percorso metabolico molto importante: il ciclo di Krebs, grazie al quale il nostro organismo è in grado di ottenere energia, e che porta anche alla produzione di Aspartato e Glutammato i due neurotrasmettitori eccitatori più importanti. È stato dimostrato come nel corso di un attacco epilettico si registra un netto aumento dell’utilizzo di glucosio e quindi dei livelli di Aspartato e Glutammato; se però si adotta una dieta povera di zuccheri (nei casi più complessi e delicati possono anche essere del tutto esclusi) e ricca di grassi scelti con cura, allora il nostro organismo è costretto ad utilizzare proprio questi ultimi come fonte di energia, in particolare i corpi chetonici che da essi derivano. Si tratta di un aspetto estremamente importante perché all’aumento dei livelli dei corpi chetonici nel sangue coincide una riduzione dell’eccitabilità nervosa (Bottaccioli F., 2005) grazie alla diminuzione dei livelli di Aspartato e Glutammato e ad un aumento di GABA fondamentale inibitore dell’eccitabilità nervosa.
Nel secondo caso, invece, è già stato ampiamente dimostrato il collegamento tra microbiota e sistema immunitario (N. Cerf-Bensussan, V. Gaboriau-Routhiau, 2010) in particolare nel rapporto tra un’alterazione della flora batterica intestinale (disbiosi) e le patologie autoimmuni, e l’epilessia sembra per certi aspetti essere una di queste (Jiaying Wu et al., 2016). Nel caso specifico sono i batteri appartenenti al phylum dei Firmicutes e dei Bacteriodes a subire una drammatica riduzione della presenza nell’intestino del paziente.
In sostanza: se l’epilessia è una patologia di grande impatto sulla qualità della vita del paziente, abbiamo diversi strumenti per affrontarla: i farmaci, la chirurgia (nei casi più gravi), ma anche l’alimentazione e lo studio e la cura del microbiota.
La mia personale impressione è che queste ultime due strade, seppur scientificamente riconosciute valide, siano state trascurate negli anni, ma che ancora oggi se percorse correttamente ci consentirebbero di raggiungere risultati di grande rilievo.
Bibliografia:
- Monika Dudra-Jastrzêbska, Marta M. Andres-Mach, Jarogniew J. Luszczki, Stanislaw J. Czuczwar: “Mood disorders in patients with epilepsy”, Pharmacological Reports 2007, 59, 369-378.
- H. Kalant, W. Roschlau: “Elementi di farmacologia e terpia medica”, ed. Ambrosiana, 1996.
- Prueter C, Norra C: “Mood disorders and their treatment in patients with epilepsy”, J Neuropsychiatry Clin Neuro- sci, 2005, 17, 20–28.
- Bottaccioli F.: “PNEI”, ed.RED, 2005.
- M. J. Kjeldsen, L. A. Corey, K. Christensen, and M. L. Friis, “Epileptic seizures and syndromes in twins: the importance of genetic factors,” Epilepsy Research, vol. 55, no. 1-2, pp. 137–146, 2003.
- L. Vadlamudi, E. Andermann, C. T. Lombroso et al.: “Epilepsy in twins: Insights from unique historical data of William Lennox” Neurology, vol. 62, no. 7, pp. 1127–1133, 2004.
- L. A. Corey, J. M. Pellock, M. J. Kjeldsen, and K. O. Nakken: “Importance of genetic factors in the occurrence of epilepsy syndrome type: a twin study,” Epilepsy Research, vol. 97, no. 1- 2, pp. 103–111, 2011.
- A. K. Ngugi, S. M. Kariuki, C. Bottomley, I. Kleinschmidt, J. W. Sander, and C. R. Newton: “Incidence of epilepsy: a systematic review and meta-analysis,” Neurology, vol. 77, no. 10, pp. 1005– 1012, 2011.
- Jiaying Wu, Yuyu Zhang, Hongyu Yang, Yuefeng Rao, Jing Miao, and Xiaoyang Lu: “Intestinal Microbiota as an Alternative Therapeutic Target for Epilepsy”, Canadian Journal of Infectious Diseases and Medical Microbiology Volume 2016, Article ID 9032809, 6 pages.
- N. Cerf-Bensussan and V. Gaboriau-Routhiau: “The immune system and the gut microbiota: friends or foes?” Nature Reviews Immunology, vol. 10, no. 10, pp. 735–744, 2010.
- Freeman J.M., Kelly M.T., Freeman J.B.: “The ketogenic diet: a treatment for epilepsy”, Domos, New York, 2000.

