“Gli studi hanno dimostrato che oltre il 40% dei pazienti che ricorrono alle cure di un internista lo fanno a causa di problemi gastrointestinali.
Metà di questi presenta disturbi <<funzionali>>.
Il loro intestino funziona male, ma nessuno sa il perché.
Non vi è alcun difetto anatomico o chimico evidente.
I medici si irritano.
I pazienti che si presentano ai medici con problemi senza soluzione sono percepiti come una minaccia e spesso sono dimessi come affetti da squilibrio mentale, con l’epiteto di <<rottami>> bisbigliato alle loro spalle. ….Così il loro intestino si mette a fare i capricci in modo tale da sfidare il meglio che la medicina moderna ha da offrire, che in questo caso è l’ignoranza combinata alla mancanza di compassione”.
Gershon M.D., “Il secondo cervello”,pag. XX, ed. UTET, 1998.
Ho smesso di contare il numero delle persone che in questi anni si sono rivolte a me iniziando il nostro colloquio con queste parole:
-“Dottore, sono anni che combatto con una serie di fastidi che compromettono la qualità della mia vita; sono anni che continuo a cambiare medico o specialista e alla fine mi sento ripetere sempre che non ho nulla, che sono sano e che i disturbi sono una mia fissazione. Sarà, ma io non mi sento a posto….”.
In sostanza la persona non viene riconosciuta come interlocutore dal momento che non presenta i requisiti perché la medicina se ne interessi; la medicina di oggi, infatti, fonda la sua azione sulla identificazione della patologia e nell’elaborazione di una strategia terapeutica adatta, ma che accade se non è possibile riconoscere nessuna forma patologica in corso? Semplice, non si è malati e conseguentemente non si ha bisogno delle cure di un medico.
E’ una logica inoppugnabile ed è, bisogna ricordarlo, una logica che permette ogni giorno di salvare un numero imprecisato di vite umane in tutto il mondo.
Ma…che ne è di un numero forse ancora più grande di “non malati” che affrontano ogni giorno piccole o grandi difficoltà che ne limitano, a volte in maniera assai significativa, la percezione del proprio benessere personale. Si ritrovano confinate in una enorme zona grigia, una sorta di terra di nessuno, in cui restano abbandonate a loro stesse.
La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) ne è la rappresentazione più lampante.
Chi ne soffre riporta disturbi quali: stipsi, dissenteria, gonfiore, alternati a periodi di relativa efficienza gastrointestinale, tutte manifestazioni comunque non inquadrabili in nessuna forma patologica ma non per questo non degne di essere considerate ed affrontate.
Si tratta nella maggior parte dei casi di disturbi legati ad una cattiva gestione dello stress che si ripercuote sul ritmo di base che ne viene, in questo modo, alterato e che finisce per riflettersi nella funzionalità del nostro intestino. Si tratta, è fondamentale ricordarlo, di una struttura straordinariamente complessa e collegata con il sistema ormonale, nervoso e immunitario che conserva nel suo interno ben 100 milioni di neuroni che formano il cosiddetto “secondo cervello”, il sistema nervoso enterico insomma. Un sistema nervoso quasi del tutto autonomo da quello centrale ma che risente drammaticamente delle sollecitazioni di quello autonomo, la più diretta espressione degli effetti dello stress sul nostro organismo.
Chi ne fa le spese è in genere il nostro microbiota, la somma cioè di tutti i microrganismi che abitano il nostro intestino e che sono unanimamente riconosciuti per essere determinanti nello stabilire le nostre condizioni di salute.
E’ questo il livello più importante a cui dobbiamo lavorare quando ci interessiamo di disturbi legati a deficit funzionali del nostro tratta intestinale: determinazione della flora batterica e gestione dello stress. Si deve, cioè, intervenire tanto sul terreno che sulla popolazione batteriche che ne definisce la funzione.
Nella speranza che si realizzi nel più breve tempo possibile la visionaria profezia del Prof. Calligaris:
“La medicina di domani tenderà a diagnosticare la malattia nella fase iniziale, quando cominciano i primi disturbi funzionali, che è come dire nella fase preanatomica, preclinica o presintomatica. In tal modo la medicina preventiva prenderà il sopravvento su quella curativa”.
Prof. Giuseppe Calligaris: “Le malattie infettive”, 1937.
